Palermo ricorda Carlo Alberto Dalla Chiesa ucciso dalla mafia nell'82
Palermo ricorda il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, il "prefetto dei cento giorni", inviato nel capoluogo siciliano per combattere la mafia dopo gli importanti risultati nella lotta al terrorismo. Una battaglia, pero', solitaria e con le armi spuntate. Inascoltata la richiesta di poteri speciali. La sera del 3 settembre 1982, in via Isidoro Carini, un commando di fuoco lo ha ucciso insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro, 32 anni, infermiera volontaria della Croce Rossa Italiana, alla guida di una A112, e all'agente di scorta 32enne Domenico Russo. Stamane alle 9.30 l'omaggio e la deposizione di una corona d'alloro nel luogo dell'eccidio. Un delitto commesso da Cosa nostra in un contesto di isolamento istituzionale. Nell'ultima intervista a Giorgio Bocca, il prefetto spiego' che "un uomo viene colpito quando viene lasciato solo". E il pubblico ministero Nico Gozzo nella sua requisitoria parlo' di "un delitto maturato in un clima di solitudine: Carlo Alberto Dalla Chiesa fu catapultato in terra di Sicilia nelle condizioni meno idonee per apparire l'espressione di una effettiva e corale volonta' dello Stato di porre fine al fenomeno mafioso". Inevitabili, secondo il magistrato, gli effetti di questo 'abbandono': "Cosa nostra ritenne di poterlo colpire impunemente perche' impersonava soltanto se stesso e non gia', come avrebbe dovuto essere, l'autorita' dello Stato". Gli uomini della cupola erano gia' stati condannati nel Maxiprocesso nato proprio da un rapporto di Dalla Chiesa contro 162 esponenti di Cosa nostra e consolidato, nel suo impianto accusatorio, dal contributo di alcuni grandi pentiti come Tommaso Buscetta, Totuccio Contorno e Francesco Marino Mannoia.
Il superprefetto, nato a Saluzzo (Cuneo) il 27 settembre del 1920, ritorno' a Palermo con procedura d'urgenza dopo avere affrontato la malavita del nord, la mafia siciliana e le brigate rosse. Era la sera del 30 aprile del 1982, poco dopo l'uccisione del segretario siciliano del Pci, Pio La Torre, terzo uomo politico assassinato nel giro di qualche mese dopo Piersanti Mattarella, democristiano, presidente della Regione siciliana, e Michele Reina, segretario della Dc palermitana. Ma durante i suoi cento giorni a Palermo non ebbe quei poteri speciali piu' volte inutilmente richiesti. Quel venerdi' di 43 anni fa sembro' davvero che fosse per sempre "morta la speranza dei palermitani onesti", come scrisse un cittadino del capoluogo siciliano su un lenzuolo nel luogo della strage. Durante i funerali, il cardinale Salvatore Pappalardo tuono' dall'altare usando le parole di Tito Livio: "Dum Romae consulitur... Saguntum espugnatur. Mentre a Roma si pensa sul da fare, la citta' di Sagunto viene espugnata e questa volta non e' Sagunto, ma Palermo! Povera Palermo nostra".I mandanti e alcuni esecutori sono stati condannati all'ergastolo. Ma, come disse l'ex procuratore antimafia Pietro Grasso, "per gli omicidi eccellenti bisogna pensare a mandanti eccellenti". La loro ricerca sembra non avere fatto significativi passi avanti e l'unica verita' giudiziaria e' compendiata nelle sentenze di condanna per due sicari e per i vertici della cupola tra cui Toto' Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco e Pippo Calo'. "Si puo' senz'altro convenire con chi sostiene che persistano ampie zone d'ombra - affermo' la sentenza con cui nel 2002 la corte d'Assise inflisse l'ergastolo ai killer Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo e Nino Madonia - concernenti sia le modalita' con le quali il generale e' stato mandato in Sicilia a fronteggiare il fenomeno mafioso, sia la coesistenza di specifici interessi, all'interno delle stesse istituzioni, all'eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacita' del generale".
MATTARELLA: "FRONTE COMUNE PER LEGALITA' E DEMOCRAZIA"
"Il 3 settembre 1982, nell'attentato di via Isidoro Carini a Palermo, la mafia assassinava il Prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa e la moglie Emanuela Setti Carraro, ferendo gravemente l'agente Domenico Russo, che morì alcuni giorni dopo.
A quarantatré anni di distanza, la memoria di quel vile agguato è, per l'intero Paese, un costante monito alla responsabilità e al comune impegno nella lotta alla mafia". E' quanto afferma, in una nota, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
"Il Generale Dalla Chiesa - aggiunge - nei delicati incarichi ricoperti nel corso della sua lunga carriera, si spese con rigore contro il terrorismo e l'illegalità. Prefetto di Palermo, condusse, sino al sacrificio della vita, una coraggiosa battaglia contro l'insidiosa presenza criminale nell'isola, pur consapevole dell'altissimo rischio cui si stava esponendo.
Al suo esempio di servizio alla Repubblica guardano donne e uomini della Magistratura, delle Forze dell'ordine, delle Pubbliche Amministrazioni, che, nella fedeltà al proprio dovere quotidiano, operano con passione per prevenire e contrastare le mire espansive delle diverse forme di criminalità organizzata.
La pretesa delle consorterie malavitose di controllare con la prepotenza la vita dei territori, di condizionarne le scelte politico-amministrative, di orientare a fini illeciti le attività economiche, trova un argine decisivo nella capacità delle istituzioni, delle realtà associative, del mondo dell'impresa e del lavoro, di tutti i cittadini, di fare fronte comune per rinsaldare legalità e democrazia.
Contro i germi dell'acquiescenza alla violenza è fondamentale operare per tenere viva la cultura del rispetto delle regole e dei diritti, diffondendola, in particolare, tra le giovani generazioni, con il contributo prezioso della scuola.
Lo sforzo di tutti contro la mafia è essenziale per un duraturo progresso umano, sociale, economico, per promuovere le potenzialità di sviluppo dei territori, per costruire una società più coesa e giusta.
Alle famiglie Dalla Chiesa, Setti Carraro e Russo rinnovo i sentimenti di vicinanza e riconoscenza della Repubblica".
SCHIFANI: LA SUA LEZIONE VIVE NELLA SICILIA DI OGGI
"Nel giorno in cui ricordiamo il sacrificio del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, assassinato dalla mafia il 3 settembre 1982 insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all'agente di scorta Domenico Russo, la Sicilia si stringe attorno alla memoria di un uomo che resta un faro di legalità per le generazioni presenti e future. Dalla Chiesa è per noi motivo di commozione e di profonda gratitudine: in un contesto difficile come quello siciliano, lottò senza tregua contro la criminalità organizzata, pagando con la vita il suo altissimo senso di fedeltà allo Stato. A 43 anni dalla morte, la sua figura continua a costituire un esempio prezioso, capace di scuotere la coscienza civica di ogni cittadino e rappresentante delle istituzioni". Così il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani. Alla cerimonia di questa mattina a Palermo, il presidente ha delegato in rappresentanza del governo regionale l'assessore ai Beni culturali Francesco Scarpinato; erano inoltre presenti il gonfalone della Regione e una corona d'alloro è stata deposta in memoria delle vittime.














