Riceviamo e pubblichiamo. Una visione strutturale per il centro storico di Modica
Pubblichiamo un contributo del presidente di Confcommercio Modica, Giorgio Moncada, sulla questione della rivitalizzazione del centro storico di Modica.
Il dibattito sul futuro del centro storico di Modica si ripresenta con regolarità, quasi fosse un appuntamento rituale. Si parla di turismo, di eventi, di affitti insostenibili, di sicurezza. Temi reali, certo. Ma che, a oggi, non hanno fermato l’avanzare della desertificazione urbana. Il saldo è evidente: molte analisi, poche decisioni strutturali. Si discute molto, si governa poco.
Come Confcommercio non intendiamo sottrarci al confronto, ma non possiamo accontentarci di una partecipazione di facciata. La complessità del centro storico non si affronta con interventi episodici, utili ma fini a stessi, né con progetti pensati più per intercettare risorse che per costruire una visione. Continuare così significa consolidare un modello che ha già mostrato tutti i suoi limiti. Continuare così, sia chiaro, non è e non sarà mai di nostro interesse strategico.
Oltre l’illusione turistica
C’è un punto che va chiarito senza ambiguità: non si può chiedere all’imprenditoria privata di compensare le carenze della pianificazione pubblica. Lo svuotamento del centro storico è il risultato di scelte stratificate nel tempo, che hanno favorito l’espansione urbana senza una reale strategia di equilibrio territoriale. Modica non fa eccezione: è parte di un fenomeno nazionale. Le imprese seguono il mercato, non la nostalgia. Se un’attività decide di spostarsi, compie una scelta legittima. Nessun imprenditore può farsi carico, da solo, di un ecosistema che non garantisce condizioni minime di sostenibilità economica. Il nodo centrale, infatti, non è commerciale ma demografico: senza residenti, il centro storico non può vivere. Quando vengono meno gli abitanti, scompaiono i servizi, si indeboliscono le relazioni, e la città rischia di trasformarsi in un museo a cielo aperto: bello, ma privo di quotidianità. Puntare esclusivamente sul turismo stagionale è un errore strategico. Il turismo è per sua natura volatile; da solo non basta. La vera sfida è integrare il visitatore in una comunità viva, non in una scenografia. Anche la trasformazione del tessuto commerciale va letta in questa chiave. Il subentro di attività rivolte a culture diverse non è un’anomalia, ma una risposta fisiologica del mercato al vuoto lasciato dai residenti. Il contenitore resta barocco; il contenuto, inevitabilmente, cambia.
Ripopolare per rigenerare
La rigenerazione del centro storico passa, prima di tutto, dal ritorno delle persone. Recuperare il patrimonio edilizio non significa solo conservarlo, ma renderlo abitabile secondo standard contemporanei di comfort, efficienza energetica e qualità della vita.
Servono direttrici chiare e coordinate:
· Incentivi all’abitare, attraverso sgravi fiscali mirati alle ristrutturazioni nel centro storico, sostegni alle giovani famiglie e modelli di co-housing capaci di ridurre le barriere di accesso.
· Una proposta di legge nazionale/regionale, sul modello del bonus facciate, ma strutturata e selettiva: un Bonus Centri Storici UNESCO, limitato alle aree di pregio riconosciute, che incentivi il recupero abitativo, l’efficientamento energetico e il riuso del patrimonio esistente. Non una misura spot, ma una politica industriale della bellezza.
· Modernizzazione tecnologica, con comunità energetiche, connettività diffusa e infrastrutture digitali adeguate, per rendere il centro attrattivo anche per professionisti, lavoratori da remoto e nuove economie urbane.
· Ritorno dei servizi pubblici, riportando funzioni amministrative e di pubblica utilità nel cuore della città, così da generare flussi quotidiani, stabili e non occasionali.
Una città a misura di persone
La qualità urbana passa anche dalla mobilità. Servono scelte intelligenti: viabilità razionale, zone pedonali funzionali, percorsi ciclabili, sensi unici pensati per convivere con il tessuto storico. Parallelamente, è fondamentale rigenerare spazi verdi e luoghi di aggregazione, affinché le vanedde tornino a essere spazi di relazione e non semplici corridoi urbani. L’obiettivo non è restaurare il passato, ma rimettere in moto il presente: trasformare il centro storico da organismo mummificato a sistema vivo, capace di coniugare identità e innovazione.
Un patto per la città
Una visione di questo tipo richiede corresponsabilità. Servono istituzioni, professionisti, forze produttive e sociali capaci di lavorare insieme, superando la logica dell’intervento tampone. La rigenerazione non può essere affidata a iniziative isolate o a misure temporanee. È necessaria una responsabilità pubblica strutturale, fondata su programmazione, coordinamento e monitoraggio dei risultati. Le città patrimonio culturale non possono essere lasciate sole ad affrontare le sfide del mercato globale. Da qui l’appello ai parlamentari del territorio: le città UNESCO sono una risorsa strategica nazionale. Ma senza residenti, servizi e infrastrutture adeguate non possono competere, né sopravvivere.
Custodi, non semplici utilizzatori
Modica può diventare un laboratorio di rigenerazione urbana, un modello di equilibrio tra storia e contemporaneità. Ma il tempo dell’attesa è finito.
Il patrimonio artistico che abitiamo non ci appartiene pienamente: lo abbiamo ricevuto in custodia da chi ci ha preceduto. Il nostro compito non è solo utilizzarlo, ma consegnarlo integro e migliore a chi verrà dopo di noi. Non siamo fruitori temporanei, ma custodi responsabili di una bellezza che deve tornare a essere vissuta, ogni giorno.
Giorgio Moncada















