Il maestro della libertà. Ricordo di Paolo Fai
Vi sono maestri che trasmettono conoscenze e vi sono maestri, assai più rari, che lasciano un'impronta destinata a durare nel tempo. Sono uomini che non si limitano a insegnare una disciplina, ma educano un modo di guardare il mondo, di interrogare il passato, di esercitare la ragione e di difendere la propria libertà interiore. Il professor Paolo Fai apparteneva a questa nobile categoria di uomini.
Il suo insegnamento non è rimasto confinato nelle aule del Liceo Classico "Tommaso Gargallo" di Siracusa, ma ha continuato a vivere nei dialoghi, negli incontri, nelle letture suggerite e soprattutto nella coscienza di chi ha avuto la fortuna di incontrarlo. Vi sono lezioni che appartengono al tempo della scuola e altre che, invece, accompagnano l'intera esistenza: sono quelle nelle quali un insegnante non trasmette soltanto un sapere, ma consegna un criterio per interpretare il mondo.
I funerali sono stati celebrati il 14 luglio, una coincidenza dal forte valore simbolico. Il 14 luglio è la data che la storia consegna alla memoria universale come anniversario della presa della Bastiglia, l'inizio della Rivoluzione francese: il giorno in cui sembrano incontrarsi la forza passionale degli ideali rivoluzionari e il mito illuministico della ragione, della libertà e dell'emancipazione dell'uomo.
Non vi è alcuna necessità di attribuire a una coincidenza un significato che non possiede, ma è difficile non coglierne la suggestione. In quella data sembra quasi racchiudersi la cifra del suo magistero: la passione civile unita al rigore dello studio, la difesa degli ideali accompagnata dall'esercizio della ragione, la convinzione che la cultura sia il più autentico strumento attraverso cui l'uomo può emanciparsi. Mi diceva sempre, la parola "studium" deriva dal latino, vuol dire al contempo "fatica" e "passione", "perché dopo la fatica scatta la passione".
Non potrò mai dimenticare le sue lezioni presso il Liceo Classico "Tommaso Gargallo". Non erano semplici spiegazioni scolastiche, ma autentici viaggi nella storia. Quando parlava, sembrava che gli avvenimenti prendessero forma davanti ai nostri occhi. Le sue parole avevano una forza evocativa rara: uomini, luoghi, battaglie e civiltà lontane sembravano materializzarsi nello spazio dell'aula.
Avevamo quasi la sensazione di essere catapultati nei luoghi che ci raccontava. La storia, attraverso la sua voce, cessava di essere una successione di date e diventava esperienza viva. Non eravamo soltanto studenti chiamati ad apprendere, ma partecipanti di un grande racconto nel quale il passato tornava presente.
Ricordo ancora una delle sue lezioni sul ruolo della fortuna nella storia. Raccontava della battaglia di Waterloo e di come la pioggia caduta il giorno precedente avesse modificato le condizioni del terreno, rendendo più difficili i movimenti dell'artiglieria napoleonica e contribuendo a cambiare il destino dell'imperatore francese.
Quel riferimento non era una semplice curiosità militare. Era una profonda lezione sul mistero della storia umana: gli uomini progettano, combattono e decidono, ma il corso degli eventi rimane sempre esposto all'imprevedibile. Anche il genio più grande non può sottrarsi alla complessità della realtà. Nelle sue parole emergeva quella tensione tra necessità e caso che accompagna da sempre la riflessione degli storici.
Ricordo la sua straordinaria lezione sui Gracchi. Tiberio e Gaio Gracco non erano, nel suo racconto, semplici figure da manuale, ma uomini immersi nel dramma politico della Roma repubblicana. Appartenenti a una delle famiglie più illustri di Roma, si affacciarono giovanissimi sulla scena politica in un periodo attraversato da profonde tensioni sociali.
Egli ci spiegava come avessero cercato di porre un limite allo strapotere dell'aristocrazia senatoria e di distribuire più equamente i frutti dei successi militari di Roma, attraverso la redistribuzione dell'ager publicus ai cittadini più poveri. Quelle riforme non erano soltanto provvedimenti economici, ma il tentativo di affermare una nuova idea dello Stato e della giustizia.
Attraverso il loro destino ci mostrava una delle grandi costanti della storia: il conflitto tra chi difende privilegi consolidati e chi tenta di aprire nuove strade. La vicenda dei Gracchi diventava così una riflessione universale sul rapporto tra potere, riforma e responsabilità politica.
Con la stessa intensità ricordo la lezione dedicata ad Annibale. La sua narrazione della seconda guerra punica aveva la forza di una scena vissuta. Ci conduceva attraverso l'impresa straordinaria dell'esercito cartaginese, capace di attraversare le Alpi con uomini, cavalli ed elefanti per portare la guerra nel cuore dell'Italia.
Poi il racconto ci portava a Roma, nel Senato, davanti alla figura di Catone il Censore. Ci narrava il celebre episodio del fico fresco proveniente da Cartagine: Catone lo mostrò ai senatori per dimostrare quanto fosse vicina la città nemica, chiedendo quanto tempo prima fosse stato raccolto. La risposta, pochi giorni prima, rendeva evidente la prossimità del pericolo.
Era una lezione sulla forza dei simboli e sul potere della parola politica. Un semplice gesto poteva trasformarsi in un argomento capace di orientare la storia. E quelle parole, Ceterum censeo Carthaginem esse delendam, non erano più soltanto una citazione latina, ma il segno di come le idee degli uomini possano incidere sul destino dei popoli.
Le sue lezioni non terminavano con il suono della campanella. Continuavano negli incontri al Caffè Minerva o a Solarino, luoghi nei quali il dialogo riprendeva con la stessa intensità e con la stessa passione intellettuale che caratterizzava le sue lezioni. Si parlava di storia, di filosofia, di letteratura, ma anche e soprattutto di politica.
La politica, per lui, non era mai una semplice contesa per il potere, né un esercizio di appartenenza. Era una forma alta di responsabilità civile, il luogo nel quale una comunità esprime la propria idea di futuro. Condividevamo la preoccupazione per quanto fossero diventate difficili le forche caudine della selezione della classe dirigente, in un tempo nel quale troppo spesso sembravano prevalere la forza, l'opportunismo e la ricerca del consenso immediato.
Guardava con amarezza a una società nella quale il merito, lo studio e la preparazione rischiavano di essere sacrificati sull'altare dell'apparenza. Sembrava quasi prevalere la legge della giungla, l'antico principio evocato da Plauto e ripreso da Hobbes: homo homini lupus. A questa deriva egli opponeva la cultura, la formazione, l'indipendenza del giudizio e la necessità di costruire uomini capaci di pensare liberamente.
Anche la sua corrispondenza era una prosecuzione del suo insegnamento. Ogni lettera conteneva riferimenti, collegamenti, richiami ad autori e opere. Non erano mai semplici consigli: erano percorsi di formazione. Egli non indicava soltanto una risposta, ma insegnava il metodo per cercarla.
Ricordo in particolare quando mi citò Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini e quell'espressione straordinaria: «in preda agli astratti furori». In quelle parole sembrava riconoscere la necessità di una tensione morale, di una inquietudine capace di spingere l'uomo alla ricerca della verità, purché sempre accompagnata dalla ragione.
Tra le nostre corrispondenze vi è un episodio che considero particolarmente significativo. Mi capitò di leggere la prefazione di Adolfo Omodeo al volume Per la difesa della cultura (diuturna polemica), pubblicato nel 1944. Quelle pagine mi colpirono profondamente perché vi ritrovai una concezione della cultura come libertà, autonomia del pensiero e responsabilità morale.
Mentre leggevo quello scritto, pensai immediatamente al mio professore. In quelle parole riconoscevo qualcosa del suo modo di intendere l'insegnamento: la difesa della ragione contro ogni conformismo, il rifiuto di ogni servilismo, il valore della ricerca disinteressata della verità.
Decisi quindi di inviargli quel passo di Omodeo.
Adolfo Omodeo scriveva:
«Alcuni mesi or sono, durante un forzato trasloco mi ritornarono fra mani questi scritti polemici buttati giù nel corso di molti anni, e mi destarono un curioso sentimento. Era completamente spenta la collera che poteva avermi eccitato, appunto perché queste note erano servite ad alleggerire l'animo e a restituirmi la serenità necessaria agli studi. Con taluni dei miei avversari la discussione animata non aveva turbato la cordialità dei rapporti; altri eran discesi ormai fra i morti, altri infine eran calati per propria opera così in basso, che a un simile livello non avrei voluto collocarli io stesso neppure nel momento dello sdegno: un consenso sempre più esplicito mi aveva dato partita vinta nella maggior parte delle tesi da me sostenute. Tutto era cambiato. Eppure questo mutamento interno ed esterno non riduceva quelle pagine a foglie secche da abbandonarsi ai venti. Perché non avevo combattuto per un interesse personale o per un'ambizione irrequieta e delusa, ma avevo affrontato o concetti errati, che avrebbero sviato gli studi, o un mal costume, che, trionfando, avrebbe tolto il respiro a quanti hanno il disinteressato culto e la passione della verità.»
«Perché, bisogna pur dirlo, la dignità delle lettere, che a partir dall'Alfieri e dal Foscolo sino al De Sanctis e al Carducci era stata tenuta norma prima, si era venuta corrompendo per una preoccupazione ambiziosa e utilitaria, che dalle basse sfere giornalistiche aveva contagiato coloro che dell'autonomia della cultura avrebbero dovuto essere custodi gelosi.»
«In sostanza, in base all'ovvia constatazione che le idee trasformano il mondo, molti dei praticanti nel mondo delle idee volevano pragmaticamente scontarne a proprio vantaggio gli effetti futuri, dimenticandosi che le idee svaniscono dove non è disinteresse.»
«Da tutta questa diuturna polemica ho acquistato solo nemici a contanti. Devo perciò concludere che quelle mie collere eran la forma stessa che assumono le idee quando han da combattere contro interessate passioni.»
«Dopo lunghi anni sarei portato a chiedere honesta missio da questo servizio che dirò non di polizia, ma di pulizia del campo degli studi. Ma è giusto desiderare che altri subentri in questo compito, che tutti si formino il convincimento che anche gli studi sereni esigono il coraggio combattente, che gli errori e le storture vanno eliminati pure a costo di sacrifici e di amarezze, perché le forze perturbatrici della cultura sono perenni come le passioni da cui si generano.»
Quelle parole di Omodeo non erano soltanto una riflessione sulla cultura: erano un atto di fede nella libertà del pensiero. Per questo le avevo inviate al mio professore. Non perché fossero le sue parole, ma perché in esse avevo riconosciuto una straordinaria affinità con il suo modo di insegnare e di vivere.
La sua risposta rappresenta una delle testimonianze più preziose che conservo. Mi rispose:
«Caro Giordano, dev'esserci davvero l'intervento di una forza superiore nella storia umana, sia un dio, il Dio dei cristiani, sia il caso. Perché ho parlato di te, mandandoti i miei saluti, giusto l'altrieri, mercoledì 25 gennaio. Si vede che ci pensiamo l'un l'altro, che il maestro e l'allievo hanno una sintonia forte, intensa, pur breve essendo stato il viaggio insieme. Ancora una volta non è il quanto ma il quale che conta nelle cose umane, non la "posòtes", ma la "poiòtes", non la "quantitas" ma la "qualitas".»
«Il passo di Omodeo, che, mio caro Giordano, hai avuto il gentile pensiero di "girarmi", è una splendida testimonianza di uno spirito libero e liberale, che non si piegò, diversamente da quel che fecero tantissimi intellettuali, al fascismo e alla gloria dei servi. Moltissimi erano (e sono) i mediocri, pochissimi erano (e sono) i grandi e con la schiena diritta. E questi sono i veri tedofori della cultura, che è sempre cultura di libertà, di pensiero e di parola, quando insegna l'esercizio della ragione a tutti i costi.»
«Costa caro tuttavia esercitare, quella libertà, ma alla fine i vantaggi morali, in fatto di dignità e di rispetto di sé, vengono. E sono le soddisfazioni che danno senso alla vita, per cui vale davvero la pena viverla.»
«Mi onora che tu, leggendo quello scritto di Omodeo, abbia pensato a me. Hai dunque colto nelle parole di quell'insigne storico affinità con le mie lezioni, che, in tutta evidenza, hanno trovato dimora stabile nella tua mente e nel tuo cuore.»
«Te ne sono grato, caro Giordano, e per questo ti esorto a proseguire sulla via dell'emancipazione, che è infinita, e va al di là della nostra vita biologica, perché l'esempio che noi lasciamo agli altri si perpetuerà nelle generazioni che verranno.»
«Come stai facendo tu, memore delle parole di questo piccolo uomo, che ti saluta con affetto e ti stringe in un abbraccio di simpatia, augurandoti di essere sempre "hombre vertical".»
Mi diceva: "Insegnare significa imprimere segni nella mente". Non significa soltanto fornire strumenti intellettuali, ma contribuire alla formazione di una coscienza capace di orientarsi nel mondo. Il suo insegnamento non consisteva nel consegnare risposte definitive, ma nel formare uomini capaci di porsi domande, forgiare il proprio spirito critico, di esercitare la ragione e di difendere la propria libertà.
La sua vita intellettuale rappresentava proprio questo: la fedeltà alla ragione, la passione per la storia, l'amore per la conoscenza e il rifiuto di ogni forma di servitù del pensiero. Egli apparteneva a quella schiera di uomini che Omodeo avrebbe definito "tedofori della cultura": coloro che custodiscono e trasmettono una fiamma destinata a passare alle generazioni successive.
Oggi, nel momento del congedo, resta il ricordo delle sue lezioni, dei suoi racconti capaci di far rivivere il passato, delle conversazioni al Caffè Minerva e a Solarino, delle lettere nelle quali ogni parola era un invito alla ricerca e alla crescita. Resta soprattutto la consapevolezza che un vero maestro non scompare quando termina la sua vita terrena, perché continua ad abitare nelle idee che ha trasmesso e nelle persone che ha formato.
Il suo ultimo augurio, «essere sempre "hombre vertical"», contiene una filosofia intera. Essere un uomo verticale significa mantenere la schiena diritta, non piegarsi davanti alla convenienza, difendere la dignità del proprio pensiero, conservare la libertà anche quando essa comporta sacrificio.
Forse è questa la lezione più grande che ci lascia: la cultura non è soltanto sapere, ma responsabilità; non è soltanto memoria del passato, ma impegno nel presente; non è soltanto conoscenza, ma forma di libertà.
E se oggi continuo a credere che la storia sia una scuola di umanità, che la ragione sia uno strumento indispensabile di emancipazione e che un insegnante possa davvero lasciare un segno destinato a durare oltre la propria esistenza, è perché quelle sue lezioni hanno trovato, come egli stesso ebbe a scrivere, «dimora stabile nella mia mente e nel mio cuore».
Giordano Bozzanca

















