Giuseppe Bellomo, il falegname di Acate schiavo di Hitler liberato dagli americani
Non ci sono tracce della presenza degli ebrei ad Acate, ma delle disumane condizioni subite dagli italiani ai lavori forzati per il Terzo Reich esiste qualche testimonianza non conosciuta ai più giovani che non deve essere dimenticata: “Neanche un indennizzo basterà a farmi dimenticare le sofferenze ed i torti subiti in due anni di lavoro forzato in Germania. Sono sopravvissuto in una baracca priva di riscaldamento, con abiti estivi anche nell’inverno polare, mangiando quasi sempre brodaglia e pane raffermo”. Parlava così 25 anni fa Giuseppe Bellomo, classe 1911, storico falegname del paese, deceduto nel 2002, che fu uno degli oltre mezzo milione di italiani, costretti a lavorare per l’industria nazista, durante il secondo conflitto mondiale, in condizioni inenarrabili, i cosiddetti «schiavi di Hitler».
«L’8 settembre del 1943 – ricordava l’ex caporale di fanteria – mi trovavo in Grecia. Fummo tutti catturati dalle SS e trasferiti con una tradotta in un campo di concentramento vicino al confine polacco, che chiamavo secondo B. Qui, si diceva, che avessero ucciso diecimila russi. Vi sono rimasto due settimane mangiando solo mezzo litro di brodaglia e un pezzo di pane, fino a quando non mi proposero di svolgere un’attività lavorativa».
Bellomo non aveva altra scelta: “Accettai d’istinto, assieme ad altri tre compagni di Acate, e dopo due giorni di viaggio, conobbi la mia nuova destinazione: era una sterminata azienda agricola vicina al Mare del Nord. Qui non si stava troppo male, ma vi rimasi soltanto fino al mese di novembre», quando ci fecero una proposta irricevibile: “Un capitano italiano tentò di convincerci a combattere a fianco dei tedeschi contro gli Alleati, ma al nostro rifiuto, fummo immediatamente separati. Io sono stato costretto, così, a lavorare in una fonderia di ghisa della Turingia, dove mi bruciai più volte i piedi e vidi morire centinaia di compagni. Ebbi la fortuna di resistere agli stenti per circa un anno e mezzo, cioè fino al 10 aprile 1945, quando arrivarono gli americani per liberarci da quell’inferno”.
Il trattamento inferto ai nostri soldati presi prigionieri dalla Wehrmacht dopo la resa armistiziale fu crudele e drammatico. Gli italiani furono considerati “traditori” e come tali furono trattati.